Poi, siamo arrivati a Oaxaca e ho scoperto che alla povertà non c’è mai fine e che, a conferma di ogni stupida retorica, i bambini sono sempre coloro che ne subiscono le maggiori conseguenze.
Oaxaca è l’esempio peculiare delle contraddizioni di un paese che, sempre al terzo mondo appartiene, ma che per una serie di coincidenze (il turismo), ha avuto la possibilità di evolversi un pò più del resto del Messico.
Oaxaca è la classica cittadina di provincia arricchita che, come tale, è abitata da arricchiti (e non da ricchi, attenzione, la differenza è abissale) arroganti, presuntuosi e pieni di sé, che nemmeno si rendono conto che altre famiglie, altri bambini del loro stesso paese, muoiono di fame e mendicano per strada. E, anche se se ne rendono conto, non sono minimamente scalfiti dal tema.
Oaxaca è la città dei “bambini della calle, della strada”. è qualcosa che non si può descrivere con poche righe, vedere tutti questi bambini tra i 3 e i 15 anni che passano la maggior parte del loro tempo in strada cercando di venderti qualcosa. Qualsiasi cosa, anche la più inutile, quella che non ti compreresti mai.

Abbiamo trascorso alcune settimane presso il Centro de Esperanza Infantil, un centro nato e vissuto grazie ad uno statunitense che ha fatto del “dare l’opportunità di andare a scuola a questi bimbi” la sua ragione di vita. Il centro raccoglie fondi per patrocinare bambini, bambini il cui destino altrimenti sarebbe la strada così come lo è stato per la loro madre e il loro padre.
160 dollari all’anno che fanno la differenza, la differenza non tanto tra la strada e non la strada, ma tra “poter il scegliere” la strada e non sceglierla.