All’alba di una profonda crisi economico-finanziaria, esplosa a partire dal 2007 proprio nel paese delle opportunità tout court, vale ancora la pena espatriare negli Stati Uniti? Parrebbe proprio di sì, ad ascoltare/leggere le storie di connazionali espatriati che si raccontano nei vari forum/blog messi in piedi per “fare rete”. Si direbbe che l’entusiasmo dei compatrioti sia generalmente condiviso. Secondo le voci che arrivano da New York, Los Angeles, Miami, le Hawaii, gli Stati Uniti restano un paese ambito che non riserva troppe delusioni, soprattutto se si ha una qualificazione professionale superiore e pur sempre un ottimo terreno per i ricercatori. Se ci si avventura in suolo “yankee” per cercare lavoro, bisogna, comunque, tenere presente che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è, ancora oggi, di oltre il 9% e che può essere più difficile trovare uno “sponsor”, ovvero una società che sia disposta ad assumere e intraprendere l’iter per la richiesta dei visti necessari.

Se si ha un piccolo gruzzolo messo da parte, comunque, si può sempre partire da uno stage (non pagato o pagato pochissimo), il cosiddetto “internship”, ve ne sono a migliaia e in società d’ottimo livelli. Questo può essere un buon trampolino di lancio per farsi conoscere, dimostrare quanto si vale e, se tutto va bene, vedersi arrivare una proposta d’assunzione. Come già detto, il mercato del lavoro negli Stati Uniti resta abbastanza aperto, soprattutto per chi possiede una competenza specifica e buone idee. I settori a forte potenziale sono: informatica, nuove tecnologie, ingegneria, gastronomia. Chi non è altamente qualificato, e/o non ha la padronanza della lingua, invece, potrebbe avere dei problemi a farsi assumere. Il salario medio viaggia sui 3 – 10€ l’ora (per camerieri e commessi) e i ritmi lavorativi piuttosto duri per gli standard europei: si lavora spesso il week-end per una settimana lavorativa media di 40 ore e due settimane in media all’anno di ferie pagate. I neolaureati possono aspirare dai 20.000 ai 30.000 € l’anno. Molte informazioni relative al mercato del lavoro si trovano sul sito governativo: www.bls.gov. Per la ricerca spulciate gli annunci sui giornali o nei media online, rivolgetevi alle società di interim, contattate direttamente l’azienda per la quale intendete lavorare avendo ben chiaro perché dovrebbero assumere proprio voi. E comunque lanciatevi! Negli Stati Uniti l’intraprendenza, nella maggior parte dei casi, premia. Anche la Camera di Commercio italiana (con sede a New York) può essere una buona stampella, tanto per iniziare a fare i primi passi nella realtà lavorativa. Tra i classici siti di ricerca: www.elitestaffinginc.com, www.manpower.us/en e www.monster.com. Il sito del governo può fornire informazioni utili: www.doleta.gov/Programs.

Se l’ispirazione è quella di mettersi in proprio, dandosi all’avventura imprenditoriale, vi meriterete il titolo di “investitori” e avrete diritto al visto apposito. Creare lavoro, nella realtà economica attuale, spalanca molte porte, ma anche in questo ambito le regole sono ben chiare e dovranno essere rispettate. Innanzitutto, soltanto i fuoriusciti dei paesi che hanno stretto un accordo con gli Stati Uniti hanno diritto a “fare impresa”. La lista si trova nel sito dell’Ambasciata degli Stati Uniti e l’Italia è tra questi. Per i requisiti necessari, la cifra minima d’investimento e le statistiche relative al mercato del lavoro le prime istituzioni a cui rivolgersi saranno l’Ambasciata, l’Istituto per il Commercio Estero (www.ice.it) e la Camera di Commercio sul posto. Dopo di ché, partire e tastare direttamente il terreno diventa indispensabile. Per il complesso sistema di tassazione (esistono tasse a livello nazionale e federale e variano da Stato a Stato), sarà bene rivolgersi al sito del governo: www.taxamerican.com.