La Danimarca, secondo alcuni dati, sembra essere ai primi posti di molte classifiche in base alle quali si cerca di stabilire la qualità della vita, tipo: seconda per equa distribuzione del reddito, sesta per la dinamicità dell’ambiente imprenditoriale e settima per Pil individuale. Inutile, forse, ricordare che la crisi ha colpito anche qui, trovando però, probabilmente, un ambiente sociale meno depresso che altrove. E un’impostazione culturale e caratteriale forse più informale e dinamica. Mentalità che permea di sé molti settori lavorativi e culturali. Nel campo dell’economia questo si traduce con quello che, per molti ma non per tutti, è diventato un modello da seguire e cioè la così detta “flessibilità con garanzie.” I lavoratori godono certamente di minori tutele sindacali che però non si traducono in mancanza di garanzie di diritti; quindi flessibilità sì ma all’interno di norme e tutele. Questa politica è frutto e conseguenza anche della politica di welfare adottata dal governo. Se un lavoratore perde il posto ha un sussidio e, spesso, viene inserito in programmi di aggiornamento professionale per costruirsi una nuova o più qualificata professionalità appunto. Questa innegabile mobilità è uno dei motivi per cui la Danimarca sta registrando non indifferenti incrementi nel numero di investitori stranieri: attirati anche da una burocrazia snella e veloce e, soprattutto, totalmente informatizzata. Certo, questa politica di welfare ha, come contrappasso, una tra le tassazioni più alte d’Europa: però i cittadini danesi hanno la percezione di uno stato che, in cambio delle tasse, offre servizi. Come un sistema sanitario pubblico funzionante e, per la maggior parte dei servizi erogati, gratuito. Andate nel sito www.danimarca.cc; davvero molto ben fatto e chiaro in termini di informazioni.